In questo articolo il Bastian Contrario farà da megafono alle parole di critica su Quilette di Samuel Veissière, antropologo e Professore Associato di Psichiatria presso la Mcgill University.

Il prof. Samuel Veissière ha recentemente subito attacchi, minacce e tentativi di discredito professionale da parte di organizzazioni LGBT e attivisti politici, solo per aver parlato nella rivista Psychology Today di uno studio scientifico compiuto da Lisa Littman, professoressa presso la Brown School of Public Health.

Questo studio è il primo a trattare seriamente il fenomeno del Rapid Onset Gender Dysphoria, in cui bambini o ragazzi senza alcun sintomo pregresso si dichiarano improvvisamente “transgender”. L’ipotesi è che, in alcuni casi, ciò potrebbe essere il risultato non di reale disforia di genere ma dell’influenza che oggi internet, social media e dinamiche di emulazione hanno sui giovani.

Sin dal giorno di pubblicazione, lo studio è stato pesantemente preso di mira da attivisti politici e testate giornalistiche, così come la stessa dottoressa Littman.

Come mai la vicenda desta l’interesse de’ Il Bastian Contrario?

Perché rende evidente l’esistenza di un grande problema ideologico, tale da compromettere la normale applicazione del metodo scientifico e la formazione stessa di conoscenza in tutti quei casi dove la scienza giunge a conclusioni contrarie a certi dogmi ideologici.

Nel nostro caso, la possibilità che la disforia di genere non sia un fenomeno innato ma piuttosto indotto va contro le convinzioni ideologiche di attivisti LGBT, così come di una grande fetta della sinistra odierna (o presunta tale), e allora la soluzione diventa intimidire, fare pressione su università e persone affinché abbandonino le conclusioni sgradite.

La cosa più preoccupante è l’evidente ostruzionismo alla ricerca.

Le conclusioni della Littman, infatti, pur essendo fondate empiricamente, non sono “definitive”. Necessitano anzi, come lei stessa sottolinea, di ulteriori approfondimenti, i quali potenzialmente potrebbero anche disconfermare le sue iniziali ipotesi. Ciò per cui invece spingono gli attivisti politici è lo stop ad ogni ricerca sulla questione. Il fenomeno del ROGD, acronimo di Rapid Onset Gender Dysphoria, viene propagandato e screditato come “inesistente” a priori, senza la minima cognizione scientifica.

UN ECCESSO DI EMPATIA ED UNA MANCANZA DI COMPRENSIONE 

9 Dicembre 2018, scritto da Samuel Paul Louis Veissière.

Sono un antropologo e professore di Psichiatria presso la McGill University. Ho pubblicato su giornali e riviste, e sono stato ampiamente citato dai media per studi sull’evoluzione culturale, sul fenomeno delle nuove subculture di internet, sulle dimensioni sociali della salute cognitiva e mentale, e sull’impatto che i recenti cambiamenti nelle norme di genere hanno sul benessere delle giovani generazioni.

Come saggista e opinionista scientifico popolare, ho scritto molto sulle basi evolutive di problemi contemporanei. Dal tribalismo in politica alla paranoia culturale nell’ascesa del #MeToo, fino agli effetti nocebo nella “medicinizzazione” di problemi quotidiani.

Fino ad ora ero riuscito a evitare quasi del tutto scandalo e oltraggio, fornendo sempre pezzi dettagliati e neutrali che mettessero in guardia dalla mentalità del “noi contro loro“. Mi è sembrato di avere moderatamente successo nello spingere le persone ad un dialogo razionale e pregno di contenuto. Almeno fino a quando non ho toccato il tabù dell’identità di genere.

Settimana scorsa, su Psychology Today, ho scritto dello studio peer-reviewed di Lisa Littman,Rapid Onset Gender Dysphoria”, il quale ha suscitato l’ira di attivisti poiché suggerisce che in alcuni casi il coming out come “transgender” potrebbe essere una maladapting coping stategy  di bambini e giovani adolescenti che hanno in realtà altre problematiche sottostanti.

La dottoressa Littman è professore associato di Practice of Behavioral and Social Sciences presso la Brown University School of Public Health ed ha una formazione da medico di salute pubblica. Ha ampiamente studiato 250 casi di genitori i cui figli (prevalentemente bambine con nessuna storia di disforia di genere pregressa), hanno improvvisamente espresso il desiderio di uscirsene come transgender. Di particolare interesse, data la mia area di competenza, è l’ipotesi proposta dalla dottoressa Littman: l’esposizione ai social media ed i meccanismi di emulazione fra coetanei potrebbero spingere i giovani a esprimere la propria confusione attraverso l’idioma del transgenderismo.

Nel giorno della sua pubblicazione, pressioni da parte di attivisti hanno spinto la Brown University a rimuovere un comunicato stampa sullo studio, nonostante il supporto alla Littman da parte della comunità accademica, compreso quello del rettore della Harvard Medical School. Da quel momento ogni menzione dello studio o proposta di approfondimento delle ricerche sul Rapid Onset Gender Dysphoria è stata sistematicamente attaccata dagli attivisti.

In appena un’ora di respiro del mio articolo, gli editori di Psychology Today avevano già ricevuto lamentele da gruppi di attivisti. Non molto dopo, un’ondata di post, tweet e petizioni con intento diffamatorio del mio articolo e della mia persona si spargeva su internet. Il giorno seguente, il mio tentativo attraverso un nuovo pezzo di richiamare alla comprensione dell’altro entrambe le fazioni coinvolte nel dibattito, ha ricevuto largo appoggio da genitori e medici, ma ha solo peggiorato le cose con gli attivisti.

Mentre il mio indirizzo mail veniva intasato da messaggi di odio, fioccavano articoli di blog che riportavano male o grossolanamente il mio lavoro e mi dipingevano come un misogino ed un transfobo. Addirittura un lettore di Psychology Today ha affermato che “dovrei andare in galera per far così male a tanti bambini“, mentre non so più quanti ormai accusano me e la dottoressa Littman di promuovere “pseudoscienza guidata da ideologia”.

Tutt’ora, le “fonti” che gli attivisti citano per screditare gli studi sul Rapid Onset Gender Dysphoria rimandano sistematicamente a un loop autoreferenziale di altri articoli su blog e opinioni di altri attivisti, senza reale fondamento scientifico.

E’ uno strano mondo quello in cui ideologi non scientifici accusano scienziati di essere ideologi pseudoscientifici.

E’ importante sottolineare che la dottoressa Littman ha presentato ipotesi empiricamente fondate per ulteriori ricerche e non ha espresso alcun giudizio di tipo morale. Tuttavia gli attivisti mirano a sdoganare gli studi sul Rapid Onset Gender Dysphoria come “non degni di ulteriori approfondimenti” perché a loro dire Lisa Littman avrebbe studiato solo casi di genitori “transfobici”, che “navigano in siti online transfobici”.

In realtà, coloro che poi hanno partecipato allo studio, ne avevano sentito parlare da più fonti, compreso un grande gruppo Facebook di genitori pro-transgender che aveva largamente informato sulle modalità di partecipazione alla ricerca. La grande maggioranza delle persone ha inoltre chiaramente dichiarato che le gli individui transgender meritano diritti e protezione tanto quanto gli altri cittadini del paese.

Nessuno scienziato serio o medico nega il fatto che vi sia bisogno di accettazione sociale dei transgender e che vadano aiutati nella loro eventuale scelta di transizione. Ma la disforia di genere è una condizione rara. Qui la questione è che si sta verificando qualcosa di nuovo e preoccupante fra le giovani generazioni, fra i generi e le “identità”, e che l’ideologia transgender rappresenta solo un pezzo del puzzle.

Cambiamenti concomitanti nella concezione di “diritto” iniziati da “Generation Me” sono probabilmente correlati. D’altra parte, una parte del problema potrebbe essere la nostra incapacità di esser risoluti contro la prepotenza dei ragazzi cresciuti con internet e sotto un’ossessiva apprensione genitoriale, i quali adesso hanno bisogno di sfruttare il prestigio perentorio che dà il fatto di dire di avere “un’identità oppressa”.

Spingere troppo in fretta perché bambini e adolescenti con disagi prendano decisioni drastiche che alterano permanentemente i loro corpi, compromettendo così ulteriormente il loro adattamento sociale, è largamente riconosciuto come incosciente anche in ogni altro campo. E’ per questo che non lasciamo che i bambini facciano cose di cui potrebbero pentirsi più avanti o anche perché, come ha sottolineato uno dei genitori partecipanti allo studio Littman, “se lasciassimo ai nostri bambini la guida dell’agenda da seguire, questi non andrebbero più a scuola ad esempio, o vorrebbero mangiare al McDonald’s tutti i giorni“.

E’ qui che abbiamo bisogno della comprensione dell’altro, piuttosto che di quella che Paul Bloom chiama “parochial empathy”. Nella cultura del vittimismo c’è di mezzo fin troppa empatia, e invece non abbastanza comprensione.

Negli ultimi anni, come molti dei miei colleghi, ho iniziato a preoccuparmi molto per il controllo sulle “parole giuste da usare” e l’estremo politically correct sorti nei campus universitari e nei circoli di attivisti. Tutta questa cultura del vittimismo, le politiche identitarie e l’attivismo di matrice “social justice” spargono una visione del mondo superficiale, diviso in “nobili vittime” e “malevoli carnefici”. Sta erodendo la libertà di parola e spargendo un clima di paura quanto di fragilità presso i campus, e non solo.

Che i nostri giovani abbiano a cuore la giustizia, la democrazia e la diversità è una cosa positiva, e dovremmo applaudirli per questo. Ma incoraggiare e glorificare il vittimismo non serve a far progredire l’agenda. Coltivare il senso di vittimismo nelle persone impedisce di confrontarsi e di progredire. Genera risentimento e odio, aumenta i conflitti, e riesce solo a dividere le persone, piuttosto che unirle.

E si può dire lo stesso delle altre sincere ma terribilmente fuorvianti trappole cognitive promosse dagli attivisti di social justice. Come l’insistenza sull’idea che i sentimenti avrebbero l’ultima parola su ciò che è vero o falso, che il “potere è sempre cattivo”, o che coloro che hanno meno potere hanno sempre ragione. Questa cultura del vittimismo spesso confonde competenza e responsabilità con il “potere”. Dunque dottori, genitori e insegnanti sono “i potenti e i cattivi”, mentre pazienti, bambini e studenti sono “i senza potere e i buoni”.

Non ha importanza se in questa era di individualismo rampante e benessere consumistico i ragazzi finiscano quotidianamente per bullizzare genitori e insegnanti. O che i professori abbiano paura dei propri studenti. O ancora che i medici vivano col timore di qualche processo a loro carico.

La nostra gioventù di “senza potere” è poi certamente stata brava nel perseguire la propria agenda (dal condizionare il controllo del linguaggio o la rimozione del presunto contenuto “offensivo” dal programma di certi corsi universitari, fino al rendere i bagni pubblici qualcosa di odioso per il 99% delle persone). Ma stabilire ciò che è bene o male basandosi sul grado di sofferenza psicologica non porta alcun bene.

In queste guerre culturali non c’è cosa più divisiva e sacrilega del dibattito intorno all’aumento della percentuale di transgender fra i giovani. Teorie cospirazioniste di estrema destra lo interpretano come un piano della sinistra per fare il lavaggio del cervello ai bambini.

Viceversa gli attivisti di estrema sinistra predicano un’assoluta accettazione del fenomeno, della terapia ormonale e persino della chirurgia per i bambini che desiderano cambiare il proprio genere. Quelli di noi che invece richiamano alla cautela e al bisogno di ulteriori ricerche non se la passano molto bene di questi tempi.

Come risulta chiaramente, le tattiche intimidatorie degli attivisti (che sostengono che i teenegers trans non accontentati sarebbero ad alto rischio di suicidio o omicidio) stanno da un lato impedendo che un importante dibattito etico abbia luogo, e dall’altro instillando una cultura della paura, facendo crescere una generazione destinata al fallimento.

L’etichetta “transphobe” è largamente usata e accomunata ad altre, come “razzista”, “misogino”, “islamofobo”, “zionista”. Ma oramai sono etichette stigmatizzanti anche “uomo bianco”, “colonizzatore” o “cattivo femminista”. Giocate qualsiasi versione di questa medesima carta contro chiunque desideri portare moderazione in una conversazione su argomenti sensibili, e si otterrà il facile trucchetto cognitivo di spostare la sua eventuale critica nel campo “dell’offensivo”, facendolo apparire come il “carnefice” contro “le povere vittime”.

Le discussioni sugli studi del Rapid Onset Gender Dysphoria sono solo la punta dell’iceberg, ma giocano un ruolo fondamentale nell’offuscare altre grandi problematiche. Infatti, l’isteria generale riguardo i bambini trans distoglie l’attenzione da un problema più esteso, intrinsecamente collegato. Nell’era del politically correct tassativo, le giovani generazioni stanno crescendo con la confusa idea che il genere sia interamente costruito, che sia falso e pure negativo.

Mentre sempre più giovani donne crescono con la paura di divenire vittime e sempre più uomini con quella di essere “tossici”, ideologie radicali ed estreme da entrambi i lati dello spettro politico si alimentano l’una l’altra, portandoci lontani dallo spirito di comprensione e dialogo. Come se non bastasse, la nostra dipendenza da internet mobile ci sta rendendo sempre più soli e ansiosi, mentre fake news e isteria avanzano. Non c’è da meravigliarsi se i giovani trovano difficile vivere nel corpo “loro assegnato alla nascita”.

Nel nostro presente, altamente polarizzato e inquieto, fenomeni di bullismo o minacce da parte di attivisti stanno compromettendo resilienza, comprensione e libera ricerca, rendendo il compito della conoscenza ancora più duro di quanto già non sia. Abbiamo bisogno di abbassare la temperatura tornando a un dialogo onesto. Ma più che mai abbiamo bisogno di saggezza”.

Il Bastian Contrario

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