“ …e mentre sto parlando a voi, madri e padri, vi do un’altra assicurazione. L’ho già detto altre volte, ma lo ripeterò all’infinito. I vostri ragazzi non verranno mandati a combattere nessuna guerra straniera… potete quindi definire qualsiasi discorso sull’invio di eserciti in Europa come pura menzogna”

                                                                                                                                      F.D. Roosevelt

 

 

Quest’oggi, ricorre l’anniversario dell’attacco a Pearl Harbor, quello che Roosevelt in persona definì “Il giorno dell’infamia”: il 7 dicembre del 1941 il Giappone sferrò un poderoso attacco alla flotta americana stanziata nel Pacifico, segnando l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale.

La storiografia ufficiale, la cinematografia e i programmi televisivi spingono sempre per mostrare gli Stati Uniti come l’innocente vittima dell’attacco nipponico, e la loro successiva entrata in guerra come un atto legittimo di autodifesa. Ma andò veramente così? Il Giappone non aveva niente di meglio da fare che coinvolgere gli USA nel conflitto mondiale? Perché i giapponesi quel 7 dicembre di settantasette anni fa decisero di sferrare un attacco a Pearl Harbor? Per rispondere a queste ed altre domande non ci resta che approfondire la questione.

 

LA SITUAZIONE BELLICA NEL 1940

Dopo la disfatta dell’esercito anglo – francese nella primavera del ’40 e la conseguente ritirata oltremanica degli Inglesi, l’Europa  continentale era per intero nelle mani delle potenze dell’Asse e la Gran Bretagna si ritrovava assediata dalla Luftwaffe. La guerra sembrava volgere a favore di Hitler e gli inglesi avevano bisogno dell’aiuto statunitense se volevano provare a ribaltare le sorti del conflitto.

Dall’altra parte dell’Atlantico però era presidente Franklin Delano Roosevelt, il quale riscosse il consenso elettorale proprio grazie alla sua campagna antiinterventista.

Un sondaggio svolto negli Stati Uniti nel settembre del ’40, nel pieno della battaglia d’Inghilterra, mostrava come l’88% degli americani fosse ben intenzionato a rimanere al di fuori dal conflitto europeo.

Eppure di buoni motivi per entrare in guerra ce ne sarebbero stati, e forse questo Roosevelt lo sapeva:

–          L’Inghilterra, con la quale l’America aveva sempre avuto rapporti privilegiati, si trovava ad un passo dalla sconfitta, togliendo agli Stati Uniti la possibilità di qualsiasi appoggio logistico nel vecchio continente.

–          L’Europa stava per essere completamente presa dalle potenze ostili dell’Asse, le quali vedevano, in quello che definivano il sistema “plutocratico”(plutos = ricco, kratos = potere) anglosassone, la causa di tutti i mali sociali ed economici che affliggevano il vecchio continente. La vittoria totale di Germania ed Italia in Europa, avrebbe reso ideologicamente ostile agli USA l’intero continente europeo con le sue colonie.

–          Gli Stati Uniti, grazie alle politiche economiche di Roosevelt, stavano cominciando a riprendersi dalla pesante crisi del ’29 e la successiva depressione degli anni ’30, ma gli effetti benefici del New Deal si stavano esaurendo ed una guerra avrebbe ridato slancio e vigore all’intero sistema industriale americano.

Gli Stati Uniti dovevano dunque entrare in guerra ma Roosevelt era stato riconfermato alla Casa Bianca, grazie alla sua campagna elettorale pacifista e, come nella Prima Guerra Mondiale, la cittadinanza statunitense era ben intenzionata a tenersi fuori dal conflitto, dunque, come allora, ci voleva un Casus Belli perché l’opinione pubblica potesse cambiare repentinamente idea e schierarsi per un intervento armato. Ma come fare? Nella grande guerra il pretesto fu dato dall’affondamento da parte di un sommergibile tedesco del transatlantico Lusitania. Stavolta però i tedeschi avevano imparato la lezione, ed Hitler si guardò bene dal offrire un possibile pretesto per l’intervento armato degli USA.

Così, dato che sul fronte atlantico non succedeva nulla che potesse giustificare un’eventuale entrata in guerra, l’attenzione statunitense si spostò verso il Pacifico.

Il Giappone infatti aveva sancito il 27 settembre del 1940 la propria alleanza con la Germania e l’Italia, dunque entrare in guerra contro il paese del sol levante equivaleva automaticamente ad entrare in guerra anche contro la Germania nazista. Ciò avrebbe dunque procurato al governo americano un pretesto per la discesa in campo anche nel conflitto europeo, come infatti avvenne.

 

LE SANZIONI ECONOMICHE AL GIAPPONE

Dopo l’occupazione giapponese dell’Indocina nel settembre 1940, gli Stati Uniti cominciarono un rigido programma di sanzioni contro lo stato del sol levante. Il 16 ottobre dello stesso anno Roosevelt, per attaccare indirettamente il Giappone, decretò l’embargo di tutte le esportazioni di ferro e acciaio che non fossero destinate alla Gran Bretagna e alle nazioni occidentali; successivamente, il 26 luglio del ’41, l’amministrazione americana congelò tutti gli asset nipponici nel proprio paese, ed una settimana dopo Roosevelt vietò l’esportazione di carburante verso il Giappone. Il governo inglese e quello olandese, in esilio a Londra, seguirono a ruota i provvedimenti statunitensi ed intrapresero a loro volta l’embargo commerciale dalle colonie del sud est asiatico verso il paese nipponico. Insomma il Giappone si trovava in una situazione simile a chi, messo sotto assedio, inizia a vedere le proprie risorse scarseggiare e medita una sortita contro il nemico per spezzarne il blocco.

Il governo statunitense era ben conscio della difficilissima situazione in cui stava mettendo il Giappone. Quest’ultimo, per sfuggire alla morsa dell’embargo, cercò di intavolare delle trattative con Washington, offrendo una proposta A ed una B di riserva. L’amministrazione Rooesevelt, era perfettamente consapevole della posta in gioco; infatti l’intelligence statunitense già allora era riuscita a decriptare il codice Purple (codice criptato giapponese) e sapeva benissimo che, se le trattative diplomatiche fossero andate male, Tokio aveva già pronta l’opzione bellica.

Incurante del pericolo Washington respinse entrambe le proposte e ne formulò una propria: la “Hull note” che consegnò ai diplomatici nipponici; in tale documento si richiedeva:

  • Il completo sgombro da parte del Giappone di Cina ed Indocina francese;
  • Tokio doveva impegnarsi a riconoscere come unico governo cinese legittimo quello della Repubblica Cinese, e doveva desistere dal foraggiarne altri eventuali.
  • Stati Uniti e Giappone avrebbero entrambi dovuto impegnarsi in un patto di non aggressione con Gran Bretagna, Repubblica Cinese, Unione Sovietica, Paesi Bassi e Thailandia.

In più, se pur in maniera non esplicita, veniva richiesta al Giappone l’interruzione dell’alleanza con Germania ed Italia.

In sintesi Tokio doveva ritirarsi dall’Asia continentale e sciogliere il Patto tripartito; in altri termini, doveva offrire la propria resa. Che fosse ques’ultima la vera pretese degli Stati Uniti fu subito chiaro al primo ministro giapponese Hideki Tojo, il quale dopo aver letto il contenuto della Hull note disse ai suoi ministri: «Questo è un ultimatum».

Il Giappone, che allora aveva una forte cultura incentrata sul bushido (il codice etico dei Samurai), non poteva accettare condizioni così disonorevoli ed optò per l’opzione bellica. E che questo fosse fin dall’inizio l’obbiettivo statunitense, lo suggerisce l’allora ministro della guerra statunitense Henry L. Stimson il quale scrisse queste parole: «La domanda era come noi avremmo dovuto manovrarli (i giapponesi) in modo che sparassero il primo colpo ».

 

ATTACCO A SORPRESA?

Una volta arenatasi l’opzione diplomatica il Giappone si preparava alla guerra e, coma abbiamo già detto, questo alla Casa Bianca era noto, grazie alla decodificazione, da parte dell’intelligence, del codice Purple.

Il Giappone contava di neutralizzare la flotta statunitense del pacifico, stranamente ancorata quasi per intero nella baia di Pearl Harbor; una volta messa fuoricombattimento la U.S. Navy, Tokio avrebbe attaccato i territori anglosassoni dell’estremo oriente per impossessarsi delle risorse di cui era stata privata.

Ma la decisione di radunare quasi tutta la flotta e Pearl Harbor non era stata una goffa scelta logistica; Roosevelt stava offrendo intenzionalmente il fianco al nemico, per ottenere quel tanto desiderato casus belli, che gli permettesse d’intervenire in Europa al fianco dell’Inghilterra.

Il 7 dicembre del 1941 scatta l’attacco giapponese; gli americani da parte loro si fanno trovare incredibilmente impreparati, le spiegazioni ufficiali, offerte anche dai documentari rai (si veda a tal proprostito la puntata di Ulisse del 30/11/2013 intitolata “Pearl Harbor la storia minuto per minuto”), trovano ridicole motivazioni del tipo “era domenica” ed “alle 7.00 i tecnici americani erano andati a fare colazione”; giustificazioni buone forse per spiegare l’assenza di un portinaio di palazzo, non certo per motivare la carenza di vigilanza, in una struttura militare, dove era ormeggiata l’intera U.S. Navy del Pacifico (per approfondimenti rimandiamo al video di Massimo Mazzucco “Il piacere dell’ignoranza: Alberto Angela ci racconta Pearl Harbor” https://www.youtube.com/watch?v=bZ_FEno7DZ8 nel quale sono spiegati anche i motivi per cui Roosevelt non poteva non sapere).

Ovviamente gli alti vertici del governo statunitense furono ben lieti di subire questo attacco, ne sono un esempio le dichiarazioni del solito Henry Stimson, che nelle sue memorie scrisse: «L’importanza dell’attacco a Pearl Harbor non risiedeva nella vittoria tattica riportata dai giapponesi, ma nel semplice fatto che l’esitazione e l’inazione americana diventavano impossibili. Non si sarebbe meglio potuto agire per stimolare gli americani. Allorché giungevano le prime notizie dell’attacco del Giappone contro di noi, provavo un primo sentimento di sollievo al pensiero che l’indecisione si era dissolta e che la crisi, come si era prodotta, avrebbe unito tutto il nostro popolo ».

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