La poilitica internazionale sta vivendo giorni concitati: il Venezuela è alle prese con una crisi interna, la quale ha incredibili analogie con quella con cui l’opposizione, probabilmente appoggiata dali Stati Uniti, provò a scalzare Hugo Chavez nel 2002. Ai più però i motivi per cui Washington è interessata a fare del Venezuela uno stato sotto la propria influenza sono del tutto sconosciuti.

Essi affondano le radici in una questione assai sensibile e di fondamentale importanza per gli States, quella del petrodollato.

La storia del petrodollaro

Per fare chiarezza sull’argomento, mettiamo prima in luce le cause che hanno dato vita al connubio tra petrolio e dollari, e le sue conseguenze.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, il dollaro si impose come moneta dominante nell’economia internazionale; ciò fu possibile grazie alla garanzia, offerta dal governo statunitense, di completa convertibilità del dollaro in oro.

Tale proprietà del dollaro lo rese una moneta sicura quasi fosse un bene rifugio. Tutti gli stati dunque si crearono una propria riserva di dollari, ricordiamolo, totalmente convertibile in oro; e per ottenere tale riserva gli stati si facevano imprestare questi dollari dalla banca centrale americana, la Federal Reserv (FED).

Questo sistema permise alla FED si ricavare un sacco di introiti dal prestito ad interesse del dollaro, ma giunti negli anni ’60 il giochetto cominciò a dare i primi segni di cedimento.

Le folli spese di Washington di quegl’anni, dovute soprattutto alla guerra in Vietnam, minarono la solidità economica statunitense. Così gli stati esteri non si accontentarono più della garanzia di convertibilità del dollaro, preferendo passare dalle parole ai fatti e convertendo le proprie riserve di dollari in oro vero e proprio.

Così la FED si vide costretta a convertire i dollari emessi in oro e più il debito americano aumentava più le richieste di conversione da parte degli stati esteri si facevano incalzanti.

Le riserve auree statunitensi quindi subirono una vera e propria emorragia, emorragia a cui il governo USA doveva porre rimedio il prima possibile.

La fine del Goldstandard.

Riusci nell’impresa il presidente Richard Nixon, grazie anche all’aiuto del suo segretario di stato Henry Kissinger.

Nell’agosto del 1971 Nixon sgangio il dollaro dal “gold standard” ovvero dalla possibilità di conversione della moneta statunitense in oro, così da far cessare la continua richiesta aurifera da parte degli stati detentori di dollari.

Ciò di fatto andava però a cancellare l’unico e grande vantaggio che il dollaro offriva rispetto alle altre moneta; il ché avrebbe reso superfluo per gli stati nazionali l’acquisto di dollari, la moneta americana avrebbe perso il suo primato economico e la FED avrebbe visto crollare la domanda di dollari da parte degli stati esteri, e con questa la ricezione degli interessi.

Fu così che Nixon e Kissinger pensarono una soluzione che si rivelò geniale: aggangiare il dollaro al commercio del petrolio; così facendo infatti, se pur non fosse più convertibile in oro, l’importanza economica del dollaro sarebbe rimasta del tutto inalterata e gli stati esteri avrebbero continuato a chiedere prestiti alla FED per i propri commerci petroliferi.

Per mettere in atto il proprio piano il presidente Nixon prese degli accordi con il maggiore produttore di petrolio al mondo, ovvero l’Arabia Saudita. E già dal 1974 l’Arabia Saudita non accettava altra valuta per l’acquisto di petrolio che non fosse il dollaro.

Non ci volle molto prima che tutti gli altri paesi produttori si adeguassero al nuovo sistema. Così gli Stati Uniti si ritrovarono produttori dell’unica moneta al mondo utilizzabile per l’acquisto di petrolio.

Le conseguenze dell’utilizzo del petrodollaro.

In questo sistema in cui l’unica moneta di scambio per il commercio petrolifero era divenuta il dollaro americano, quest’ultimo fu ribattezzato ufficiosamente “petrodollaro”. Da allora il dollaro divenne la moneta più richiesta al mondo e ciò ebbe due conseguenze fondamentali per gli Stati Uniti.

La prima fu che gli USA tornarono, tramite la FED, a stampare e imprestare dollari a tutte le nazioni importatrici di petrolio.

La seconda conseguenza fu che i partner commerciali statunitensi per evitare di chiedere sempre in prestito dollari, sui quali avrebbero dovuto pagare gli interessi, decisero di procurarsi i soldi statunitensi con un massiccio export verso gli USA.

Ciò comportò da una parte una grande sovrabbondanza di beni negli Stati Uniti, dall’altra un forte deficit commerciale nel rapporto import – export.

Deficit che andò ad aumentare sempre di più il debito pubblico americano: se infatti uno stato compra più di quanto vende è del tutto naturale che come conseguenza si indebiti.

Questo debito veniva e viene coperto grazie alla gigantesca produzione di dollari da parte della FED, produzione che ha come pretesto quello di sopperire all’incessante richiesta mondiale di dollari per l’acquisto di petrolio.

Ma cosa succederebbe se gli stati cominciassero a comprare e vendere petrolio con l’utilizzo di altre monete?

La risposta è semplice il dollaro verrebbe sommerso dall’ inflazione, dovuta all’eccessiva quantita di questa moneta in circolazione.

Chi sfida l’egemonia del petrodollaro?

Negli anni più paesi hanno minacciato di sgangiarsi dal petrodollaro, paesi come: l’Iraq di Saddam e la Libia di Gheddafi (strane concidenze vero?), la Russia poi vende petrolio alla Cina accettando yuan invece di dollari, e ancora, tra gli stati che si sono ribellati, abbiamo l’Iran, la Siria e la Corea del Nord; sembra uno scherzo vero? E invece è tutto vero.

Gli Stati Uniti non possono permettersi che il sistema “petrodollaro” salti, soprattutto dopo l’immensa quantità di denaro stampato dalla FED in risposta alla crisi del 2007.

La caduta del petrodollaro, farebbe collassare la domanda mondiale di dollari, provocandone una gigantesca inflazione.

Per questo gli States si accaniscono tanto con chi si ribella a questo sistema.

Il Venezuela e l’abolizione del petrodollaro.

Il Venezuella è il paese con le più grandi riserve petrolifere al mondo, questo non poteva certo passare inosservato agli Stati Uniti i quali, come abbiamo detto, fin dai tempi di Chavez hanno cercato di destabilizzare politicamente il paese.

Purtroppo per loro il golpe contro Chavez del 2002 fallì; ma adesso che Chavez è morto ed il potere è passato in mano del suo vice Nicolas Maduro, l’aquila a stelle e strisce si è rifatta sotto.

Maduro poi deve aver fatto perdere definitivamente le staffe ai vertici della Casa Bianca quando, nel 2017, come ritorsione verso le sanzioni di Washington, si è sgangiato dal sistema del petrodollaro, dichiarando che per il commercio del petrolio il Venezuela non avrebbe più accettato dollari ma solo yuan cinesi.

Ecco allora che il copione si ripete e, come nel 2002, l’opposizione, col benestare deli Stati Uniti, prova il golpe, e Guaidò si proclama presidente del Venezuela senza alcuna legittimità democratica.

Nel 2002 l’esercito però rimase fedele a Chavez il quale riuscì quasi subito a riprendere il potere, anche stavolta sembra che Maduro abbia l’esercito dalla propria parte ma gli esiti della crisi venezuelana restano incerti. Soprattutto perchè Maduro ha toccato la questione del petrodollaro, questione che, come abbiamo visto, è di fondamentale importanza per le sorti dell’economia statunitense.

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