Nel 1971 usciva, quasi senza far rumore, un libricino di poco più di 150 pagine scritto da Jean Beachler, sociologo francese. Senza entrare nel merito ideologico-politico, egli mostrava semplicemente come le brillanti intuizioni di Karl Marx sul capitalismo mancassero di qualsiasi ricostruzione credibile sulla sua origine. Ciò viziava, a dire di Baechler, la definizione stessa data dal filosofo e lo conduceva ad innumerevoli contraddizioni nella sua comprensione della società capitalista.

Ma cos’è esattamente il capitalismo? Com’è fatta la società capitalista? Se cerchiamo una risposta nel contesto culturale odierno o nelle idee dei partiti politici contemporanei, siamo destinati a rimanere delusi. A volte capita di accendere la televisione e sentire un certo filosofo torinese infiammare i dibattiti politici a suon di questo misterioso “capitalismo”. Tuttavia finisce sempre per suscitare istantaneamente l’ilarità o il fastidio dei suoi interlocutori, sia di destra che di sinistra.

Alcuni sostengono che la parola “capitalismo” sia una categoria priva di senso. Altri un ferro vecchio spazzato via dalla storia. Eppure il 1989 non è molto lontano dal 2018. Non è da molto che la guerra più lunga e angosciante del 20° secolo si è conclusa, e che il mondo ha smesso di essere diviso in due grandi blocchi. E, se la memoria non inganna, non è stato il fronte occidentale a perdere la partita con la storia. Ma è come se, una volta implosa l’URSS, l’occidente avesse in qualche modo freudianamente rimosso la parola “capitalismo”. Come se, sconfitto il nemico del comunismo, si fosse tacitamente convinto che il sistema in cui viviamo sia l’unico sempre esistito, tanto da giudicare come superflua qualsiasi sua definizione.

Ma un oggetto che non ha una definizione riassunta da un concetto è come se non esistesse. Sfugge all’interpretazione del reale che mettiamo in atto, come se mancassero le lenti per coglierlo là fuori.

In “Le Origini del Capitalismo” Jean Baechler ripartiva dai classici del pensiero politico. Max Weber definì il capitalismo come l’organizzazione razionale delle attività economiche umane e, in particolare, del lavoro libero. Una definizione che a un primo sguardo potrebbe risultare un tantino generica. Cosa significa esattamente quel razionale? Non ha certo lo stesso significato che gli attribuirebbe un illuminista come Kant, ad esempio. Ma nemmeno un logico come Russell o uno scienziato come Einstein.

Per Baechler significa semplicemente “pertinente a uno scopo”, nel qual caso all’efficienza economica. Riallacciandosi dunque alle parole di Weber, il sociologo francese dà un’altra definizione che, a nostro avviso, riesce a racchiudere molto del fenomeno “capitalismo”, sia passato che contemporaneo. Baechler afferma che “il capitalismo è lo stadio che l’economia raggiunge quando la sua legge non è intralciata: la legge dell’efficienza”.

Esplicitando l’essenza della legge dell’efficienza, delinea un modello ideale di società capitalista, svolto in punti. Ciascuno di questi è come una conditio sine qua non, un ingrediente indispensabile per rendere l’efficienza economica la stella a cui far orbitare attorno la società e, quindi, per realizzare in toto in capitalismo. E’ un modello così preciso ed al contempo teorico che potremmo definirlo come un piccolo manifesto del capitalismo.

Condizione Numero 1 della Società Capitalista.

Nella società capitalista ideale tutti i produttori devono avere come unico scopo la ricerca del massimo profitto. Non per godere dei beni di “questo mondo” ma per il profitto stesso. Questa passione deve in loro da un lato accompagnarsi ad un’attitudine opportunista, che li renda capaci di intravedere sempre più occasioni di profitto e, quindi, di moltiplicazione delle entrate. Dall’altro deve completarsi con un’ascesi rigorosa, che spinga il risparmio ad un livello maniacale, fino al limite consentito dalle necessità sopravvivenza. Il denaro risparmiato deve poi essere sistematicamente reinvestito.

Condizione Numero 2 della Società Capitalista.

L’attività intellettuale della società deve essere interamente dedicata a sviluppare processi tecnologici e scientifici che permettano di abbassare i costi di produzione. Ogni ricerca gratuita e intrapresa per il desiderio di conoscenza non finalizzato all’efficienza economica deve essere evitata.

Condizione Numero 3 della Società Capitalista.

I lavoratori devono ridurre il loro tempo libero ed il tempo dedicato al riposo al limite compatibile con la sopravvivenza. Il loro adattamento alle variazioni dell’apparato economico della società dev’essere immediato e perfetto. Ciò significa un’attitudine perfetta a cambiare residenza, occupazione e qualifica. Inoltre tutti devono lavorare. Tutti devono partecipare a rendere il sistema economico sempre più efficiente. I vecchi e gli inadatti devono essere eliminati.

Condizione Numero 4 della Società Capitalista .

L’assorbimento della produzione da parte della società deve avvenire senza il minimo intralcio. Questo implica un’elasticità perfetta sia delle esigenze individuali che di quelle collettive, dato che ogni scoperta, essendo inserita nel circuito e nelle finalità dell’efficienza, genererebbe subito necessità o bisogni corrispondenti. Si possono immaginare due tipi di società ideali per questo. Una che comprima al massimo le soddisfazioni individuali, massimizzando quelle collettive (monumenti, infrastrutture socio-culturali, armamenti ecc.) e una che faccia l’esatto contrario. Può essercene anche una terza che alterna i due modelli.

Condizione Numero 5 della Società Capitalista.

Questa è la più importante. Nella realizzazione della società capitalista, le quattro condizioni già esposte non devono incontrare alcun tipo di limitazione. Né di tipo culturale (ad esempio: una società di consumatori culturalmente abituati a nutrirsi di pane potrebbe mostrare resistenze a consumare riso in una situazione dove logiche di efficienza rendessero necessario concentrare gli sforzi nella produzione di riso). Né di tipo morale (ad esempio: alcune società potrebbero ritenere sbagliata la ricerca di guadagno fine a sé stesso, oppure potrebbero vedere il tempo libero come un bene supremo). Né ancora di tipo intellettuale (ad esempio: la curiosità potrebbe spingere soggetti intellettualmente dotati a dedicarsi a problemi diversi rispetto a quelli legati all’efficienza). Nessuna limitazione nemmeno di tipo politico. E’ infatti fondamentale che il confronto dell’efficienza si faccia liberamente in un mercato libero, senza che lo stato o le ideologie si mettano di mezzo. Ciò significa che il mercato deve prevalere su ogni cosa, poiché ogni limitazione è un potenziale ostacolo al confronto dell’efficienza e rischia quindi di renderla minima. Il sistema più efficace è allora quello che instaura una concorrenza perfetta su scala mondiale. Infine, non devono esserci limitazioni nemmeno di tipo sociale. Ogni misura presa per aumentare l’efficienza porta infatti con sé sofferenze (momentanee). Qualsiasi provvedimento atto a limitare tali sofferenze limiterebbe di conseguenza l’efficienza, quindi è necessario evitare qualsiasi tipo di interferenza.

Adesso è forse opportuno porsi una domanda: è possibile rintracciare qualche somiglianza fra la nostra società odierna e la società capitalista ideale teorizzata da Baechler? O ancora, è possibile scorgere almeno politiche contemporanee che spingano per il raggiungimento di obbiettivi analoghi?

Noi lasciamo la risposta al lettore e concludiamo invece con una semplice riflessione. A seguito di questo breve excursus è infatti forse possibile rispondere alla domanda su “cosa è il capitalismo”. Ma non nel senso di una definizione specifica che lo descriva come fenomeno umano con date caratteristiche, bensì nel senso generale di inquadramento ontologico, quasi tassonomico se gli scienziati ci consentono l’uso della parola.

A ben vedere il capitalismo risulta essere nient’altro che un’ideologia politica, con il suo modo di concepire il mondo, i suoi desiderata, il suo programma di azione, e persino i suoi eccessi dispotici, esattamente come il comunismo o il fascismo, o qualsiasi altra ideologia politica. E’ quindi corretta la tesi che Baechler avanza nel suo libro, contro il materialismo storico di Marx. Il capitalismo non è figlio dell’economia. Il capitalismo è figlio della politica.

Il Bastian Contrario

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