La relazione tra bene e felicità

Come sappiamo per esperienza diretta cosa sia la felicità e come raggiungerla è un tema centrale nella vita di ogni essere umano. Un tema così importante non poteva certo sfuggire alla speculazione filosofica di uno dei più grandi filosofi del mondo antico. In questo articolo dunque cercheremo di spiegare, in maniera sintetica, il pensiero dell Stagirita in merito alla felicità.

L’indagine sulla felicità condotta da Aristotele parte dalla constatazione basilare che la felicità è correlata al bene.

Ogni cosa in natura infatti tende a realizzare il proprio bene e l’uomo ovviamente non fa eccezione: chiunque per sé stesso non desidera altro che il bene.

Ma il bene di una pianta di un pesce, di un uccello e di uno uomo non sono la medesima cosa; non sono il medesimo bene, perché ogni essere ha delle peculiarità che lo distinguono dagli altri enti di natura.

Dunque la felicità dell’uomo in quanto uomo sarà differente da quella di un qualsiasi altro essere vivente, sia esso vegetale o animale. In fin dei conti la felicità per Aristotele non consiste altro che nel realizzare la propria natura.

Ma se una natura è propria di un qualche ente non può essere allo stesso tempo comune a tutti gli altri enti, è proprio in questo infatti che si contrappone ciò che è proprio a ciò che è comune.

Quindi, per lo Stagirita, l’uomo diviene felice quando realizza la propria natura specifica, la quale lo contraddistingue da tutti gli altri animali.

Tale specificità dell’uomo poi, per il nostro filosofo, risiede in una particolare facoltà dell’anima.

I tre tipi di anima esistenti

Per Aristotele la vita nasce e si sviluppa per gradi passando per tre differenti forme di anima.

La prima, è quella che il filosofo chiama “vegetativa”: l’anima vegetativa è quella che permette agli esseri viventi di avere e gestire le funzioni basilari della vita, ovvero nustrirsi, crescere e riprodursi.

Tale anima secondo lo Stagirita è comune sia a vegetali, animali che uomini, dunque, se pur necessaria alla vita, non è nel semplice esercizio delle sue facoltà che risiede la felicità umana.

La seconda specie di anima esistente è quella sensitiva, di cui sono dotati gli esseri capaci di percezione sensoriale, ovvero gli animali.

Se la vegetativa era comune a tutti gli esseri viventi, l’anima sensitiva è comune a tutti gli animali ma proprio per questa comunanza neppure quest’ultima può offrire all’uomo la felicità, la quale, come abbiamo detto, risiede nella sua natura specifica.

Dunque una vita dedicata alla ricerca del piacere sensoriale è una vita animalesca e non può portare l’uomo alla felicità.

Per lo Stagirita resta in fine un’ultima specie di anima: quella razionale, ovvero l’anima dotata di intelletto, la quale è la più alta e nobile delle tre.

La realizzazione della felicità

Ricapitolando: ogni essere tende alla realizzazione del proprio bene, per l’uomo il bene è, con ogni evidenza, il raggiungimento della felicità. La felicità poi l’uomo la può realizzare solo portando a compimento la propria natura specifica, la quale è intellettiva.

Dunque è nella realizzazione della proprio intelletto che l’uomo può finalmente diventare felice, ma l’intelletto a sua volta ottiene la sua piena realizzazione nella sapienza;

E la sapienza, che per Aristotele è la massima virtù, si realizza nella conoscenza dei principi e delle cause prime del Cosmo.

L’uomo allora diviene felice quando filosofando scopre il fondamento dell’essere e dell’esistere del Mondo, trovando così la propria piena realizzazione nella conoscenza pura.

Tale fondamento viene definito da Aristotele, nella sua “Metafisica”, come “Motore Immobile”: ovvero una sostanza divina di ineguagliabile perfezione a cui tutte le intelligenze motrici dell’Universo aspirano innamorate.

Solo la contemplazione e la conoscenza di questa sostanza divina dona all’uomo la vera e piena felicità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *