Oggi, quando si tratta di fare informazione su vicende che riguardano alcune categorie di individui, non sempre ha importanza cosa veramente sia successo. E’ come se le priorità di alcuni giornalisti cambiassero improvvisamente. Parole forti vengono usate a sproposito, mutate nel loro significato, e sparse mediaticamente per dare una versione dei fatti, non esattamente quella corretta. Alcune volte nemmeno viene verificata la veridicità di ciò che viene scritto. In questo il recente caso delle presunte discriminazioni subite da due ragazze lesbiche a Padova è emblematico.

Trattandosi di ragazze lesbiche testate come la Repubblica hanno in automatico sparso una storia di discriminazione, bullismo e omofobia. Tuttavia basta leggere cosa effettivamente è accaduto, approfondire giusto il minimo, per scoprire che la narrazione non corrisponde ai fatti e che l’uso delle parole “discriminazione”, “bullismo”, ed “omofobia” è fuori luogo.

 

Cosa è Successo?

Luana è una ragazza di 21 anni, domiciliata presso la residenza per studenti “Copernico” di Padova. Studia mediazione linguistica. Ha una relazione omosessuale con Giulia, di 27 anni, che invece studia Psicologia. Nei giorni scorsi Luana ha scritto un post (qui) piuttosto sentito su facebook. Dice che alcune persone, non si sa di preciso né chi siano né quante siano, “parlano male di lei alle spalle”. Alcune, una volta sollecitate via chat, le hanno rivolto delle frasi che riporta nel suo post.

La Repubblica ha pubblicato nella propria pagina facebook un mini articolo de’ Il Mattino di Padova (qui) con un video strappa lacrime che ne parla.

Il titolo è “discriminate perché gay”. Dal video si apprende che le due studentesse sarebbero bersaglio di insulti omofobi. “Non solo allusioni, risatine nei corridoi e in aula studio” – viene detto – “ma anche insulti omofobi e discriminazioni esplicite”. Il video mostra poi alcune delle frasi che i carnefici avrebbero rivolto alle vittime. Le più interessanti: “Mi fa schifo, al posto tuo mi vergognerei, mi sotterrerei”. “Le voci girano, ne parlano tutti. Le persone sono autorizzate a prendervi i giro”. “La gente non viene a dirvelo per una questione di pudore ed io mi sento nel giusto”.

Guardiamo ora su gay.it  (qui). Ci imbattiamo in una narrazione esasperata. Si legge che “qualche giorno fa a essere discriminata pesantemente è stata una coppia di ragazze lesbiche che è stata bullizzata con insulti e minacce via chat”. E ancora: “Luana ha deciso di rivelare a Giulia che tutti sparlano di loro. Naturalmente e vigliaccamente, alle spalle. Con queste parole, Luana e Giulia hanno scoperto che erano quasi un centinaio i loro finti amici che quando non erano presenti parlavano male di loro, schifandole per via della loro relazione, per il loro orientamento sessuale.”

Analisi Critica

Ci sono diverse cose da dire. La prima è che non si capisce dove siano né le “discriminazioni” né “gli insulti omofobi” paventati.

Parlare alle spalle in particolare, per definizione, non è attaccare direttamente dunque come si pretende di parlare di “bullismo”?

Si citano poi presunte “risatine nei corridoi” e “allusioni in aula studio” che, se vere (e il se è grande), ammettiamo possano non far piacere alle due ragazze. Ma il punto è: anche se fossero vere, sono descrivibili come discriminazione? O come bullismo?

Discriminare significa riservare un trattamento differente a certe categorie di individui. Un esempio potrebbe essere dare ipoteticamente diritto di voto a tutti i cittadini tranne che a quelli di origine africana. O ancora riservare uno stipendio inferiore alle donne solo perché donne. Ci troviamo di fronte a una situazione simile? Le ragazze non sono state discriminate in nulla. Se ad esempio fosse stato loro impedito di usufruire della palestra della residenza perché lesbiche, potremmo arrivare a parlare di discriminazione. Ma non siamo minimamente in una situazione del genere. 

Dunque no, non ci troviamo affatto di fronte a un caso di discriminazione. 

Passiamo ora alle frasi citate. Come per le presunte risatine comprendiamo che, se vere, possono non far piacere alle ragazze. I problemi però sono due: in primis l’assenza sia del contesto in cui sono state enunciate che di elementi che ne permettano un’interpretazione chiara. In secondo luogo l’incongruenza del loro contenuto con la narrazione fatta di “omofobia”. Dove sono gli “insulti omofobi”? Le “discriminazioni esplicite”? E cosa dire delle presunte minacce che paventava gay.it? Non ce n’è la minima traccia.

L’unica cosa che da tali frasi si evince è che qualcuno ha espresso il suo fastidio per qualcosa. Per la maggiore a livello privato. In qualche caso, una volta sollecitato, anche via chat.

Questo qualcosa che ha dato fastidio tuttavia non è esplicitato. Le ragazze, così come i mezzi di informazione, hanno affermato che fosse “il fatto di essere gay”. E’ davvero così?

Approfondendo

Approfondendo si scopre non solo che così non è, ma che la vicenda è una bufala. Già nel post pubblicato da una delle due ragazze su facebook c’era qualche indizio che faceva intuire come le cose stessero diversamente. Nel post di Luana leggiamo infatti:

La criminalizzazione di un atto naturale, puro, come quello sessuale, tende ad essere ancor meno accettato e considerato immorale se riguarda una relazione omosessuale.”

Su il Corriere Veneto (qui) si trovano altre interessanti dichiarazioni delle due ragazze: “quando sono venuti a dirci che le nostre effusioni erano troppo rumorose ci siamo messe a ridere. Poi la cosa è degenerata e abbiamo capito che quello era un attacco a noi, perché siamo lesbiche”.

E ancora: “Inizialmente pensavamo a uno scherzo. Poi le voci sono diventate insistenti e si sono diffuse anche nei social. Coperti dall’anonimato ci sono arrivati messaggi terribili tipo “vergognatevi”, “fate schifo”, “andatevene da un’altra parte”. L’escalation è stata esagerata, e abbiamo capito che l’obiettivo era farci sentire “accerchiate” e giudicate proprio perché lesbiche. In questa casa dello studente si sente tutto. Le pareti sono sottili, basta aprire un cassetto per farsi sentire in un altro appartamento. Non siamo certo le uniche qui a fare sesso, eppure se la sono presa tutti solo con noi. Si è creato un branco di persone che ci hanno prese di mira deliberatamente per le nostre scelte sessuali”.

Ecco dunque che tutte le frasette propagandate immotivatamente come discriminazione, bullismo e omofobia prendono a un tratto senso. Un senso che non è per nulla quello narrato dalle testate prese in esame.

Mi fa schifo”, “fossi in te mi sotterrerei”,  o ancora “la gente non viene a dirvelo per pudore”, non erano riferite alla relazione omosessuale fra le due ragazze. Semplicemente alcune persone sono rimaste infastidite dai rumori di carattere sessuale delle due ragazze ed hanno espresso fra di loro il proprio fastidio, probabilmente anche in virtù del fatto che non sono omosessuali. Il colmo è che qualcuno aveva anche esplicitamente chiesto alle due ragazze di fare meno rumore.

Infatti, nell’ennesimo articolo strappa lacrime stavolta di fanpage (qui), leggiamo: “ad un certo punto una ragazza ci ha bussato alla porta facendoci sapere che, quando facciamo l’amore, siamo troppo rumorose e la cosa dà fastidio a tantissime persone.”

Dunque tutta questa storia risulta solo una percezione distorta delle due ragazze, a cui certi mezzi di informazione hanno fatto eco alle volte anche omettendo dettagli chiarificatori.

Invece che accettare e comprendere che le rumorose effusioni del loro “atto naturale”, per quanto “bello” e “puro” dal loro punto di vista, potevano dare fastidio ad altre persone, le due ragazze sono partite in quinta con interpretazioni soggettive e immotivate, prendendo sollecitazioni, risatine per i corridoi e pure personali considerazioni come “attacchi nei loro confronti solo perché lesbiche”.

Hanno descritto una situazione inesistente dove il legittimo fastidio espresso privatamente da altre persone è diventato per magia “parlare male alle spalle”, “bullismo”. Mentre le sollecitazioni a far meno rumore o le frasi di fastidio loro rivolte in chat una volta che loro stesse avevano interpellato alcuni degli “infastiditi”, sono diventate un “branco di persone che le accerchiava”, “le prendeva di mira”. Non solo. Le due ragazze sono state le prime a mistificare i fatti, usando presso i giornalisti parole forti e fuori luogo come “criminalizzazione”.

Ma la vicenda non finisce qui. Perché giustamente i ragazzi della residenza Copernico (e la residenza stessa) non sono stati a guardare mentre mediaticamente veniva gettato loro fango. Su Padova Oggi (qui), che tra l’altro come molti altri aveva subito propagandato la bufala, si legge di una smentita.

Era già chiaro dalle frasette riportate nel video de’ Il Mattino di Padova ma qui si ha la conferma: non c’è stato alcun insulto, atto discriminatorio o minaccia. Non c’è nessun “branco” che avrebbe preso di mira le due ragazze. I ragazzi della residenza Copernico hanno infatti dichiarato:

Ci riteniamo vittime di una bufera mediatica nata su accuse totalmente infondate che non corrispondono a realtà. Sosteniamo fermamente che i fatti di cui si parla non sussistono, anzi per noi la residenza Copernico è sempre stata e sempre sarà un luogo di condivisione, inclusione, tolleranza e crescita. Ci riteniamo profondamente delusi dalle varie associazioni studentesche e Lgbtiq+ che, invece di verificare che i fatti avvenuti fossero veritieri, hanno preferito attaccare pubblicamente un gruppo di studenti ascoltando solo una versioni degli eventi, fatto inaccettabile soprattutto dal momento che si fanno portavoce della difesa dei diritti della comunità studentesca (di cui anche noi facciamo parte)”.

Conclusioni

Alla luce di tutto questo è d’obbligo fare due considerazioni. La prima è che questi casi rendono evidente che, quando si tratta di categorie “speciali”, le parole vengono usate a sproposito, in modo anche sfacciato

“Discriminazione, “omofobia” e “bullismo” sono qui state usate per dare una percezione di gravità al lettore, ma non descrivono né le frasi imputate né i fatti.

Sempre più spesso, quando si tratta di LGBT, qualsiasi cosa, dalla semplice critica all’insulto diventa “discriminazione”, “bullismo”, “omofobia”, a prescindere dai fatti. Questo poiché gli LGBT vengono propagandati ideologicamente come “vittime” a priori, ed in quanto tali il loro punto di vista diventa automaticamente quello giusto e vero.

La seconda considerazione riguarda la scarsa professionalità dei giornalisti. Non solo non si sono degnati di verificare i fatti, di dar voce anche al punto di vista degli altri ragazzi della residenza. Ma alcuni, al fine di far credere che ci fosse stata una discriminazione, hanno pure omesso la motivazione scatenante, cioè la rumorosità, dando a bere che invece il problema fosse la relazione omosessuale.

Infine c’è da riflettere sull’uso scorretto fatto a livello mediatico di parole quali “discriminazione” e “bullismo”. Ha certamente un effetto negativo sulla cultura delle persone che poi ne leggono.

Si può dire infatti che tale uso genera proprio ignoranza poiché spinge le persone a disconoscere il significato originale delle parole e, senza riflettere, ad usarle per descrivere contesti o fenomeni inappropriati.

Chissà quanti altri casi sono stati registrati o propagandati come “omofobia” o “discriminazione”, e non lo erano affatto. Ma chi verifica? Chi si assume la responsabilità degli eventuali errori? Dell’odio sparso? Chi paga per aver dato alle persone una percezione distorta della realtà? Nessuno.

E intanto succede che là fuori, sotto il post di la Repubblica, orde di odiatori ragliano. Convinti di cose che non sono mai successe. Usando termini con la pancia, senza riflettere. Felici di apprendere come usarli male.

Il Bastian Contrario

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