Da quando si è insediato il nuovo governo Lega-5 Stelle, la retorica della dirigenza europea è tornata curiosamente ad assumere i toni del 2011: “il debito pubblico italiano è troppo alto, dovete ridurlo. Se continua a salire lo Spread l’Italia andrà in default. I risparmi dei cittadini sono a rischio” ecc.

Sembra quasi di essere tornati indietro nel tempo di sette anni: a quanto pare l’Italia ha gli stessi problemi di allora e vengono proposte le stesse “cure”: ovvero l’austerity. Ma come?!

Il governo Monti non doveva risolvere i nostri problemi economici con una manovra “lacrime e sangue”? E le lacrime ed il sangue ci sono stati, perché allora ci ritroviamo ancora nella stessa situazione dopo tutto questo tempo?

Probabilmente perché noi Italiani non siamo “un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi di pensatori, di scienziati di navigatori, di trasmigratori” ma piuttosto un popolo di raccomandati, spendaccioni, corrotti e corruttori.  O almeno questa è la motivazione narrataci dai media negli ultimi anni, e a cui l’opinione pubblica si è lentamente assuefatta.

Ma il lettore non fraintenda. Non stiamo negando che in Italia ci sia un problema di illegalità diffusa, stiamo sollevando invece un dubbio: siamo davvero poi così sicuri che il debito pubblico italiano sia il risultato delle nostre passate ruberie? E che a causa di queste abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità? Non potrebbe invece esseri dell’altro, magari una qualche causa che nessuno, nel ripetere i soliti luoghi comuni triti e ritriti, menziona mai?

Ad esempio: come si finanzia uno Stato? Se c’è qualcuno che ha un debito ci sarà qualcun altro che ha un credito. Chi sono i nostri creditori?

I SISTEMI DI FINANZIAMENTO DEGLI STATI MODERNI

Per capire bene il discorso che ci accingiamo a fare sarà meglio prima chiarificare al lettore il meccanismo di finanziamento adottato attualmente dagli stati. Infatti, a nostro giudizio, è in tale meccanismo che risiede la vera causa del debito pubblico italiano.

Gli stati moderni si finanziano in due modi: tramite le tasse e tramite l’emissione dei titoli di stato, ovvero i BTP (Buoni del Tesoro Poliennali). Quest’ultimi non sono altro che obbligazioni tramite le quali lo Stato incassa capitali per finanziarsi nell’immediato, promettendo agli investitori la restituzione dell’intera cifra investita, più gli interessi, al momento della scadenza dell’obbligazione (il BTP).

Facciamo un esempio chiarificatore. Poniamo che lo stato italiano necessiti di finanziarsi per un milione di euro e che emetta BTP per tale somma, con la garanzia agli eventuali acquirenti del 10% di interesse a scadenza. L’investitore x decide di acquistare un milione di euro in BTP sapendo che, quando questi scadranno (ad esempio tra dieci anni), lo stato gli restituirà il suo milione più 100.000 euro di interessi, il 10% appunto . Questi 100.000 euro di interessi, che per l’investitore x corrispondono ad un credito, per la sua controparte, ovvero lo stato, corrispondono ad un debito.

Ma cosa ne ricavano gli Stati da questo sistema se per ogni euro che ricevono poi lo devono restituire con gli interessi? Così facendo non si indebiteranno sempre di più? In teoria no. Infatti i soldi che lo Stato richiede per finanziarsi non vengono lasciati fermi in un deposito per poi essere restituiti con gli interessi, ma vengono investiti in infrastrutture, servizi ed interventi pubblici di vario genere. Così facendo lo Stato conta di far progredire il proprio paese e quindi il proprio PIL (Prodotto Interno Lordo), così che gli introiti dalle tasse aumentino e con questi lo Stato possa ripagare i BTP con gli interessi ai propri obbligazionisti.

E’ un sistema “win – win”, come si dice in gergo, ovvero che conviene a tutti i partecipanti poiché tutti ne traggono un vantaggio. L’obbligazionista vedrà il proprio capitale fruttare senza dover fare nulla se non aspettare fino alla scadenza del BTP. Intanto lo Stato riceverà i soldi necessari per autofinanziarsi e migliorare i servizi per i propri cittadini. Così facendo aumenterà la produzione industriale, e di conseguenza anche gli introiti statali derivanti dalle tasse. Infine, con i soldi ricavati dalla tassazione, lo stato ripagherà i propri obbligazionisti.

In questo sistema di finanziamento, però, da un lato lo stato mira a piazzare i propri titoli offrendo un rendimento il più possibile basso, infatti: rendimento del BTP = debito  dello Stato. Dall’altro ha bisogno di vendere i propri BTP per finanziarsi e senza la prospettiva di un buon rendimento nessun acquirente sarà disposto a vincolare i propri soldi.

Dunque arriviamo ad una domanda cruciale: come può uno stato vendere i propri titoli, e quindi autofinanziarsi, tenendo gli interessi a livelli minimi (ricordiamolo ancora una volta “interessi = debito per lo Stato”) e dunque offrendo prodotti poco appetibili?

IL TERZO OPERATORE IN GIOCO: LA BANCA CENTRALE

Per rispondere alla domanda con cui si è concluso il precedente paragrafo bisognerà introdurre un terzo operatore finanziario che vada ad aggiungersi e a mediare tra lo Stato e gli investitori. Infatti è evidente che tra queste figure il rapporto non è alla pari ed il pallino del gioco è tenuto in mano dagli investitori, i quali possono tenere sotto scacco lo stato pretendendo alti interessi per l’acquisto dei suoi titoli. Lo Stato, per parte sua, è come se non avesse scelta visto che necessita di finanziarsi sia per migliorare i propri servizi che per far crescere il proprio paese. Ma se accetta le condizioni degli investitori il suo debito pubblico è destinato salire alle stelle.

Repetita iuvantinteressi sui BTP = debito pubblico. Dunque lo Stato necessita dell’intervento di un organo esterno che impedisca questo circolo vizioso. Tale organo è la banca centrale, nel caso del nostro paese la Banca d’Italia. Ogni Stato ha una banca centrale la quale ha proprio come compito principale quello di tenere bassi gli interessi sui titoli di stato, di modo da “calmierarne” il prezzo, ovvero non permettere che gli interessi diventino troppo elevati così da tenere sempre sotto controllo il debito pubblico.

In Italia, come già accennato, l’organo preposto a tale scopo dovrebbe essere la Banca d’Italia, in Germania la Bundesbank, in Francia la Banca di Francia, negli Stati Uniti la Federal Reserve (Fed), per quanto riguarda l’Unione Europea la BCE. Come il lettore avrà compreso, ogni stato, o federazione di stati, ha una sua banca centrale e, come adesso vedremo, il suo ruolo si dimostra cruciale per il mantenimento del debito pubblico su parametri ragionevoli.

Facendo un breve riepilogo, quindi, abbiamo visto come:

  • gli stati emettano titoli obbligazionari per finanziarsi promettendo degli interessi agli eventuali acquirenti.
  • gli acquirenti cerchino di far pressione sugli stati affinché, per ottenere i loro capitali, alzino il più possibile i tassi di interesse.
  •  gli interessi degli investitori si traducano in debito per gli stati e come, per ovviare a questo problema, nella trattativa tra stati ed investitori, entri in gioco la banca centrale di stato.

Ma esattamente come riesce la banca centrale nel suo scopo?

Lo stato ha l’interesse a piazzare tutti i propri titoli sul mercato per finanziarsi ma vuole farlo mantenendo bassissimi i tassi di interesse. Dall’altra parte però gli investitori ricercano tassi alti per ricavarne alti guadagni, di conseguenza se i tassi rimangono bassi è probabile che molti dei titoli restino invenduti e che lo Stato si veda costretto ad alzarne il tasso di interesse.

E’ a questo punto che interviene la banca centrale, la quale si assume il compito di comprare tutti gli eventuali titoli di stato rimasti invenduti. Così, nel caso alcuni investitori non trovassero vantaggiosi i bassi interessi, i titoli di stato non rimarrebbero invenduti. Infatti la banca centrale li acquisterebbe, permettendo allo stato di piazzare comunque e in toto i propri titoli, e dunque di finanziarsi mantenendo bassi i tassi d’interesse.

 

LA CADUTA DEL GOLD STANDARD ED IL “DIVORZIO” TRA BANCA D’ITALIA E MINISTERO DEL TESORO

Ora che abbiamo compreso il ruolo delle banche centrali ed il loro modo di operare sul mercato, sappiamo come fanno gli stati a trovare i finanziamenti di cui necessitano impedendo allo stesso tempo al debito pubblico di diventare ingestibile. Ma allora, visto che il nostro paese ha un debito pubblico che supera il PIL, qualcosa deve essere andato storto in questo sistema: cosa non ha funzionato?

In verità non c’è nulla che abbia smesso di funzionare accidentalmente, ma c’è stato un deliberato cambio strutturale del sistema che ha svincolato la Banca d’Italia dall’adempimento del suo compito principale, ovvero calmierare il prezzo dei BTP.

La causa di tale cambio deliberato di sistema va ricercata nell’abolizione da parte degli Stati Uniti nel 1971 del “gold standard” (sistema aureo), la quale segnò una svolta epocale per le dinamiche economiche mondiali. Infatti il gold standard vincolava la possibilità di creazione di moneta da parte di uno stato alle riserve auree dello stato stesso. In altre parole l’abolizione di tale sistema svincolò la creazione di moneta da ogni limite e da quel momento in avanti i soldi potevano essere creati letteralmente dal nulla. Questo implicava che se per ipotesi la banca centrale di un paese avesse comprato tutti suoi titoli rimasti invenduti, quel paese avrebbe potuto emettere titoli a piacimento, finanziarsi a piacimento e quindi stampare denaro a piacimento.

Per  evitare che questo immenso potere economico cadesse nelle mani di una classe politica corrotta, che potesse stampare soldi a proprio uso e consumo, Carlo Azeglio Ciampi e Beniamino Andreatta svincolarono la Banca d’Italia dall’acquisto di BTP così da porre un grosso argine al controllo sul potete economico da parte di quello politico, e consegnando di fatto il potere decisionale sui prezzi dei BTP ai mercati internazionali.

Precisamente nel 1981, allora ministro del tesoro, Beniamino Andreatta inviò una lettera al direttore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi in cui autorizzava la banca centrale del nostro paese a non comprare più i BTP invenduti sul mercato.  Il tutto, è bene sottolinearlo, senza nessun passaggio parlamentare. La manovra si basava sul vecchio modello inglese nel quale la banca centrale d’Inghilterra godeva dello stesso esonero dall’obbligo di acquisto di titoli di stato ma con la differenza che, quando titoli di stato d’oltre manica restavano invenduti, la Banca d’Inghilterra si prodigava di acquistarli. Dal momento in cui fu esonerata, invece, la Banca d’Italia non ha più comprato BTP, nonostante Andreatta l’avesse sì svincolata dal comprarli ma non obbligata a non comprarli.

Una volta eliminato dalla trattativa tra stato ed investitori l’unico attore che permetteva allo stato di avere in mano il controllo sui prezzi dei BTP, è chiaro che gli investitori si sono sfregati le mani e ci hanno speculato sopra, pretendendo interessi sempre più elevati che lo Stato, per finanziarsi ed evitare che i propri titoli rimanessero invenduti, è stato costretto a concedere.

Detto tutto ciò, sarà anche vero che il nostro colossale debito pubblico trova causa nel fatto che siamo un popolo di spendaccioni, di corrotti e di evasori, e che per quaranta anni ha vissuto al disopra delle proprie possibilità. Tuttavia, sta di fatto che fino al 1981 il debito pubblico italiano era il 58% del PIL: un debito più che sostenibile. Mentre dal 1981 (anno del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia) al ’91 il nostro debito è passato dal 58% al 120% del PIL, raddoppiando in appena 10 anni.

 

IL CURIOSO MECCANISMO DELL’ASTA MARGINALE

Come abbiamo visto nel paragrafo precedente l’elemento fondamentale che segna la crescita o decrescita del nostro debito pubblico consiste nella cifra di interessi che l’Italia deve pagare sui BTP emessi.

Inoltre, sempre come abbiamo già spiegato, l’Italia dal 1981 ha messo in mano a speculatori privati il potere di stabilire il prezzo dei nostri BTP, e dunque anche degli interessi che lo Stato si impegna a pagare su quest’ultimi.

Come il lettore avrà ormai capito tutta la partita sul debito pubblico italiano si gioca sugli interessi ed, oltre all’aver messo in mano a privati il loro prezzo, l’Italia  utilizza un meccanismo di vendita dei titoli di stato, che garantisce sempre la massimizzazione degli interessi sui BTP in vendita. Tale sistema si chiama asta marginale. Mai sentito?

L’asta marginale è quel metodo di vendita dei titoli di stato con cui il tesoro piazza i propri titoli con prezzi decrescenti ed interessi crescenti fissando come prezzo definitivo il prezzo finale.

Per fare un esempio chiarificatore: poniamo che il Ministero del Tesoro indichi un’asta per 100 milioni di euro in titoli di stato. Gli investitori, principalmente banche, cominceranno a comprare i titoli e poniamo che lo stato riesca a piazzarne 80 milioni con un interesse dell’1%, perché alcuni investitori si accontentano dell’1% di interesse. Restano ancora 20 milioni di BTP invenduti. Ipotizziamo dunque che lo stato riesca a piazzarne altri 19 ad acquirenti che richiedono un 2% di interesse. Infine, poniamo che per riuscire a vendere il restante milione di BTP lo stato sia costretto a fornire interessi al 5%. Dunque, l’1% finale dei BTP totali, sarà stato venduto ad un interesse del 5%. Questo implicherà automaticamente che il prezzo marginale, ovvero il prezzo finale con interessi al 5%, verrà fissato come prezzo  generale dell’intera asta dei BTP, i quali passeranno tutti automaticamente ad un interesse del 5%, anche se venduti in precedenza con un tasso dell’1% o del 2%. Dunque il prezzo finale del 1% dei BTP verrà fissato come prezzo finale del 100% dei BTP.

Tale metodo di vendita, oltre a penalizzare fortemente lo Stato massimizzandone i debiti (ricordiamo che un 5% di interessi su di un titolo di stato per lo Stato equivale ad un 5% di debito), si presta a sistemi d’asta fraudolenti in cui gli acquirenti possono fare cartello per stabilire un prezzo marginale che massimizzi i loro profitti. E a questo punto arriva il “bello”. Infatti tra gli istituti di credito autorizzati a partecipare all’asta pubblica sui titoli di stato vi sono Goldman Sachs, JP Morgan e Deutsche Bank: cioè gli artefici e protagonisti conclamati della crisi finanziaria del 2007 (il lettore interessato all’approfondimento di tale tema potrà consultare il nostro articolo sul sistema dei fondi pensione), le ultime due poi già condannate per aver fatto cartello finanziario su tassi d’interesse.

Ricapitolando:

  • il sistema ad asta marginale, oltre a massimizzare i tassi di interesse sui BTP a spese dello Stato si presta al rischio di meccanismi fraudolenti di cartello.
  • fra le banche che vi partecipano non solo vi sono generalmente istituti di credito con precedenti truffaldini ma ce ne sono alcune che sono già state condannate per aver fatto cartello.

Da queste premesse ci si aspetterebbe come conclusione logica che lo Stato intervenga per sistemare le cose nel proprio interesse, e invece niente. Ad oggi nessun politico ha dato segno di voler modificare i meccanismi o i permessi di partecipazione delle aste sui titoli di stato.

Una volta consci di un simile problema, la centralità nei nostri dibattiti politici di temi come i vitalizi o le auto blu, risulta quanto meno fuori luogo. Abbiamo una vera e propria emorragia finanziaria nascosta nei nostri sistemi di compravendita di BTP.

Le brutte sorprese purtroppo non sono ancora finite, resta infatti da vedere la questione degli interessi sui titoli di stato: “interessi composti”, i quali vanno a gonfiare ulteriormente il debito pubblico.

 

GLI INTERESSI COMPOSTI

Gli interessi si dividono principalmente in semplici e composti. Gli interessi semplici fruttano un valore costante nel tempo, per esempio: ponendo che Sebastiano Venier abbia un interesse annuo del 2% su 100 euro, ogni anno vedrà il proprio capitale crescere di 2 euro (2% di 100 euro). In 5 anni allora avrà 110 euro.

L’interesse composto invece segue una logica differente, infatti questo non matura sul semplice capitale iniziale ma sul capitale complessivo dato dalla somma del capitale iniziale più gli interessi. Ovvero se Venier ha 100 euro col 2% di interesse composto, il primo anno l’interesse frutterà sul capitale di base di 100 euro e si ritroverà con 102 euro, come per l’interesse semplice, ma già dal secondo anno il 2% di interesse non verrà più calcolato sui 100 euro di partenza bensì sugli attuali 102 euro in suo possesso.

Senza entrare in formule e tecnicismi, il lettore si renderà facilmente conto che avere un interesse composto significa aumentare esponenzialmente i propri profitti grazie alla cumulazione negli anni degli interessi sui quali si calcoleranno gli interessi futuri. Dunque l’interesse composto è vantaggioso per il creditore ma dall’altra parte è molto più oneroso rispetto a quello semplice per il debitore.

I BTP, neanche a dirlo, offrono un interesse composto, il ché può risultare problematico quando si hanno 2.200 miliardi di euro di debito pubblico, sul quale tale interesse frutterà. Ogni anno l’Italia paga tra gli 80 e i 90 miliardi solo di interessi: spendiamo di più solo per la previdenza e la sanità.

 

CONCLUSIONI: IL MASSO DI SISIFO ED IL DEBITO PUBBLICO

Nell’Odissea Omero ci racconta la triste storia di Sisifo: un personaggio mitologico che nell’Ade è condannato a spingere in eterno un masso lungo il crinale di una montagna ma ogni volta che giunge in prossimità della vetta il masso rotola lungo il fianco del monte e Sisifo deve ricominciare le proprie inutili fatiche, le quali sono destinate ad essere eternamente frustrate.

Purtroppo, a nostro giudizio, l’Italia si trova nella stessa situazione: ogni sforzo per ripagare il debito pubblico nazionale viene perennemente frustrato dal circolo vizioso degli interessi. Per comprendere questo punto fondamentale il lettore deve capire che: su di un debito di 2.200 miliardi il nostro paese ha già pagato 3.300 miliardi di interessi e nonostante questo continua ad avere un debito di 2.200 miliardi.

Nonostante siano ormai 28 anni che lo Stato Italiano fa politiche di avanzo primario, ovvero incassa dalle tasse più di quanto spende nei servizi, ogni anno invece di chiudere il proprio bilancio in attivo, come sarebbe naturale per chi guadagna più di quanto spende, lo chiude in passivo a causa degli interessi sul debito

Sì sarà ben compresa a questo punto l’impossibilità di pagare davvero il debito pubblico e le sue motivazioni; debito che per altro, come si è dimostrato, è per lo più di natura finanziaria, generato da interessi maturati su altri interessi. Nel perseverare su questa strada l’Italia rassomiglia al Sisifo omerico, il quale, invano si sforza di portare sulla cima della montagna il proprio fardello per assisterne puntualmente alla rovinosa caduta.

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