Dalla fine degli anni 2000, hanno iniziato a diffondersi in Italia i fondi di pensione integrativa; sia di categoria sia aperti. Tali fondi promettono una pensione integrativa per sopperire a quella statale che con le varie riforme pensionistiche viene sempre più posticipata ed economicamente ridotta.

L’INPS ovviamente trova un grande alleato in tali fondi, i quali, di fatto, permettono all’ente della previdenza pubblica di erogare pensioni decisamente più modeste. Ma come funzionano questi fondi?

I MECCANISMI DEI FONDI PENSIONE

Come precedentemente accennato esistono principalmente due tipi di fondi pensione a cui il lavoratore può aderire: quelli di categoria e quelli aperti. Le due tipologie di fondi sono molto simili e si differenziano principalmente per il fatto che, nei fondi di categoria, il datore di lavoro si impegna a contribuire attivamente all’accantonamento previdenziale del lavoratore. Nei fondi aperti invece è tenuto a contribuire esclusivamente il soggetto privato che ha deciso di costruirsi una propria pensione integrativa.

In entrambe le tipologie di fondo il lavoratore dipendente versa il proprio TFR (Trattamento di Fine Rapporto), entrambe le tipologie di fondo sono gestite da banche o società assicurative: i fondi aperti in maniera diretta e quelli di categoria in maniera indiretta;  entrambe le tipologie di fondo investono i soldi dei propri aderenti in linee finanziarie multi – comparto più o meno prudenti. Su tutte le tipologie di fondi vigila il medesimo ente statale: la COVIP; in fine entrambe le tipologie di fondi godono delle medesime agevolazioni fiscali.

LE DIFFERENZE TRA TFR NEI FONDI E IN AZIENDA

Ma quali sono i vantaggi e gli svantaggi del trasferimento del proprio TFR in un fondo pensione rispetto al mantenimento in azienda?

Partiamo dai vantaggi, che sono in anzitutto di natura fiscale; infatti l’aderire ad un fondo pensione ci offre il vantaggio fiscale di una tassazione al 15%, riducibile nel tempo fino al 9%, contro il 23% minimo del TFR aziendale; questo perché, come abbiamo già detto, l’INPS ha tutto l’interesse ad incentivare le nuove formule pensionistiche private e quindi, lo stato, come abbiamo visto, concede agli aderenti importanti agevolazioni fiscali.

Nei fondi poi asseconda dell’aggressività del comparto di investimento, si possono ottenere anche alti rendimenti, contro l’umile 1,5 % lordo del vecchio TFR aziendale, con la differenza che questi rendimenti non sono garantiti, quello aziendale sì. E qui iniziano i punti a sfavore che sono appunto la mancata garanzia di rendimento, con connesso rischio di rendimento negativo, ovvero di perdita, e la mancata indicizzazione al tasso di inflazione, mentre il TFR aziendale, che è indicizzato al tasso di inflazione, garantisce sempre il 75% del proprio potere d’acquisto. Quest’ultimo punto non è da sottovalutare visto che un fondo pensione aperto da un giovane lavoratore odierno, ha una durata di circa 40 anni; un periodo molto lungo per poter prevedere eventuali variazioni, anche importanti, dell’inflazione.

L’ITALIA VERSO IL MODELLO AMERICANO…ANCHE NELLA PREVIDENZA

Non è una novità, ormai ci siamo abituati alla continua e costante “americanizzazione” del nostro paese, sia da un punto di vista culturale che sociale; ogni giorno vediamo come sempre più pezzi del nostro patrimonio pubblico vengano privatizzati sulla scia del modello capitalista americano. Delle società e degli organi statali di interesse strategico ormai rimane ben poca cosa, e ora assistiamo all’infiltrazione del metodo aziendale anche in ambiti che dovrebbero essere completamente estranei a logiche di profitto, come la scuola, definita ormai “azienda scuola”, con a capo non più un preside ma un dirigente scolastico. Oppure nella sanità: in cui l’azienda ospedaliera non deve più preoccuparsi di curare i pazienti ma del proprio bilancio, scelta che sta portando i piccoli ospedali a chiudere i battenti, lasciando i luoghi maggiormente disagiati privi di assistenza sanitaria.

Così pare proprio che, da queste logiche capitaliste e americaneggianti, non poteva esimersi neppure il nostro sistema previdenziale e le conseguenze di ciò potrebbero rivelarsi molto rischiose, a breve vedremo il perché. A questo scopo però risulta fondamentale compiere una digressione sulle dinamiche che hanno generato la crisi finanziaria di fine anni 2000; in seguito comprenderemo meglio come questo discorso si leghi con il tema dei fondi pensione.

LE CAUSE DELLA CRISI DEL 2007

Tutti conosciamo la crisi che ha avuto inizio nell’estate del 2007, ma non tutti ne conoscono le cause, le dinamiche e gli effetti. Sarà dunque importante affrontare questo tema dato che dimostreremo essere fortemente correlato alla questione dei fondi pensione privati.

Nei primi anni 2000 le maggiori banche di Wall Street trovarono il modo di fare grossi introiti sfruttando i normali mutui per l’acquisto di una casa; il sistema utilizzato consisteva nel creare obbligazioni finanziarie basate su pacchetti di mutui e prodotti derivati sempre legati ai mutui, come i famigerati CDO. Proprio questi ultimi poi venivano a loro volta impacchettati per costituire nuovi derivati: i così detti CDO2 e CDO3; questo sistema a scatole cinesi rendeva la comprensione dei prodotti pressoché nulla rendendone la valutazione del rischio complicatissima. In compenso però gli istituti bancari riuscivano a fare introiti enormi sui mutui grazie a tutti i prodotti di investimento che su di essi andavano creando.

Così presto l’obbiettivo delle grandi banche di Wall Street non fu più quello di assicurarsi la restituzione dei mutui emessi, ma quello di procurarsi più mutui possibili per generare su quest’ultimi obbligazioni e derivati da piazzare poi sul mercato finanziario. Così nascono i famigerati mutui “subprime”, ovvero mutui ad alto rischio di insolvenza.

Le banche cominciarono ad elargire prestiti a mutuatari dalla bassa affidabilità creditizia, sicure che, grazie alla continua ascesa del mercato immobiliare di quegli anni, in caso di inadempienza da parte dei mutuatari, la banca avrebbe potuto rivendere la casa ad un prezzo maggiore rispetto al momento della concessione del mutuo; così da poter riprendere l’intero capitale prestato con l’aggiunta di un plusvalore. Va considerato infatti che dal 2000 al 2006 il valore dei beni immobiliari cresceva ad un ritmo impressionante: circa di un 15% l’anno. Così se il mutuatario fosse risultato insolvente dopo appena due anni dall’accensione del mutuo, la banca si sarebbe ritrovata un immobile da cui recuperare il proprio capitale con una plusvalenza del 30%.

Dunque non solo le banche di affari americane disponevano della possibilità di fare enormi guadagni sui mutui, grazie alle obbligazioni e ai derivati a questi legati, ma avevano anche la certezza di recuperare il proprio capitale con gli interessi: nel caso i mutui subprime da loro emessi fossero rimasti insoluti infatti avrebbero semplicemente rivenduto la casa al prezzo di mercato del momento, il quale era sicuramente maggiore di quello per cui era stato acceso il mutuo.

Riportiamo di seguito un grafico che mostra l’andamento del mercato immobiliare tra il 2000 ed il 2006.

Oltre a quanto detto le banche trovarono un ulteriore strumento di tutela per evitare di sobbarcarsi gli eventuali rischi legati ai mutui subprime: la cartolarizzazione tramite apposite società veicolo. Vediamo dunque di fare chiarezza e di spiegare come funziona questo meccanismo finanziario complesso chiamato “Cartolarizzazione”: tutti noi conosciamo il meccanismo classico di finanziamento dei mutui: la banca presta soldi ad un mutuatario pretendendo in cambio l’importo prestato più degli interessi pattuiti alla stipula del mutuo. Ma all’inizio degli anni 2000 le cose cambiano; le banche creano le così dette “Società Veicolo”, ovvero degli istituti finanziari a cui la banca vende il mutuo trasferendogli così il rischio di insolvenza e recuperando immediatamente il capitale con gli interessi. Per conto suo la società veicolo, una volta acquistato il mutuo comincia a vendere prodotti obbligazionari strutturati sul mutuo stesso pagando gli interessi tramite le rate che riceve dai mutuatari e trattenendo per sé una piccola commissione. Facendo un esempio pratico poniamo che la banca abbia concesso un mutuo ad un tasso di interesse del 6%, una volta venduto il mutuo alla società veicolo quest’ultima incassa le rate dal mutuatario e per finanziarsi vende sul mercato obbligazioni strutturate con all’interno il mutuo in oggetto, promettendo agli eventuali acquirenti delle obbligazioni un tasso di interesse del 4%; la differenza tra il 6% che incassa dal mutuo ed il 4% che cede agli obbligazionisti è il guadagno della società veicolo, nel caso specifico il 2%. Così facendo anche la Società Veicolo ricopre nell’immediato il costo del mutuo tramite la vendita di obbligazioni basate sul mutuo stesso.

In poche parole, grazie alla cartolarizzazione, nei primi anni 2000 il rischio ultimo di insolvenza dei mutuatari veniva trasferito agli obbligazionisti, mentre le banche recuperavano immediatamente il costo del mutuo con gli interessi connessi vendendolo alle società veicolo e in fine, quest’ultime, ricoprivano immediatamente la spesa dell’acquisto tramite la vendita di obbligazioni sui mutui, ricavando in più, nel lungo termine, un guadagno grazie agli interessi.

Questo processo di strutturazione e vendita di prodotti obbligazionari sui mutui, da parte delle Società Veicolo, è ciò che si definisce propriamente “Cartolarizzazione”.

Il trasferimento del rischio a soggetti terzi, permise alle banche di smettere definitivamente di preoccuparsi della stabilità finanziaria dei propri mutuatari e del loro eventuale rischio di insolvenza. Così gli istituti di credito americani cominciarono a finanziare mutui ad alto rischio di default (mutui subprime) incuranti di qualsiasi eventuale insolvenza.

Questo sistema andava bene a tutti: chiunque poteva permettersi l’acquisto di una casa, anche senza disporre di sufficienti garanzie, le banche guadagnavano sulla vendita dei mutui alle società veicolo, queste guadagnavano sulle obbligazioni emesse grazie ai mutui e le obbligazioni promettevano buoni tassi di interesse ai loro acquirenti, i quali erano convinti di comprare un prodotto sicuro. Sì, infatti le agenzie di rating, le quali incassavano grosse cifre dalle banche, attribuivano anche la AAA a questi prodotti sottovalutandone fortemente la pericolosità; inoltre pensavano che il rischio fosse così ben distribuito, grazie alla diversificazione dei mutui sottostanti ad ogni singola obbligazione, da divenire quasi nullo.

LE RIPERCUSSIONI DELLA CRISI SUI FONDI PENSIONE AMERICANI

A questo punto arriviamo alla parte che maggiormente ci interessa della crisi di fine anni 2000. Come abbiamo visto il rischio delle obbligazioni sui subprime veniva trasferito agli obbligazionisti, e tali obbligazioni potevano ricevere anche valutazioni AAA, ovvero la massima garanzia di solidità finanziaria di un prodotto. Questo le rendeva appetibili per enti finanziari in cerca di prodotti a basso rischio come i fondi pensione, i quali acquistarono le obbligazioni legate ai mutui subprime convinti di acquistare prodotti a bassissimo rischio e trasferendo di fatto tale rischio sulle pensioni integrative dei loro clienti, ovvero di comuni cittadini americani. Non serve dire che quando i subprime si rivelarono quello che erano, ovvero spazzatura, le società veicolo si ritrovarono mutui insolventi e non riuscirono più a sostenere l’impegno di pagamento con i propri obbligazionisti e tra questi, come abbiamo detto, c’erano anche i fondi pensione, i quali cominciarono ad andare in perdita. Il che vuol dire che i cittadini americani cominciarono a perdere i soldi accantonati per la propria pensione. La situazione, come sappiamo non migliorò e la crisi raggiunse il suo apice nel 2008 con il fallimento della Lehman Brothers. A causa dell’incoscienza degli istituti finanziari americani la borsa statunitense ha perso durante il 2007/2008 circa 6 mila miliardi di dollari di cui ben 2 mila miliardi di perdite sono stati subiti dai fondi pensione (dati Sole24Ore del 24 ottobre 2008). Per capire la portata di tale cifra bisogna pensare che il PIL italiano nello stesso periodo si aggirava intorno ai 1800 miliardi di dollari; in sostanza neppure l’intero prodotto interno lordo italiano del 2007 o del 2008 sarebbe potuto bastare a ripianare le colossali perdite subìte dai fondi pensione statunitensi, sul modello dei quali adesso stiamo costruendo il nostro nuovo sistema previdenziale.

Per arginare gli effetti della colossale crisi di quegli anni nel novembre 2008 si è riunita a Washington la commissione del G20; in due anni sono stati ben cinque gli incontri della commissione, la quale si poneva come obbiettivo la costituzione di un regolamento concordato su scala internazionale per la finanza ed i mercati. Purtroppo però la commissione del G20 ha mancato di regolamentare la questione della Cartolarizzazione, principale veicolo di diffusione dei prodotti tossici che hanno generato la crisi diffusa dei dubprime.

 

CONCLUSIONI

In sostanza, con la conversione del nostro sistema previdenziale sul modello americano, stiamo esponendo i nostri risparmi pensionistici ai rischi di una sorte analoga a quella subìta dai fondi pensione statunitensi nel 2007/2008. In un sistema finanziario che può disporre degli stessi mezzi di cui disponeva nel 2007, in cui gli attori in gioco sono i medesimi che hanno provocato la colossale crisi dei subprime, il rischio di una crisi che segua le stesse dinamiche è quantomeno possibile. L’impressione che si ha è che , come al solito, questa manovra di trasferimento dei nostri risparmi sui mercati finanziari, serva a far lucrare i grossi istituti bancari tenendo per sé gli utili dei propri prodotti e trasferendone, tramite la cartolarizzazione o metodi simili, l’intero rischio sui cittadini. Nel caso ciò avvenisse, l’unica differenza con il 2007 sarebbe che: allora questo meccanismo di distribuzione del rischio e delle perdite era stato applicato solo negli Stati Uniti, mentre adesso verrebbe espanso a diffuso fino a noi. I precedenti che ci dovrebbero far riflettere ci sono: le perdite dei fondi pensione americani del 2008 sono state come abbiamo visto intorno ai 2 mila miliardi, ed in Italia sono arrivati solo dei “leggeri” contraccolpi: secondo la COVIP nello stesso periodo i fondi pensione aperti in Italia hanno perso di media il 24,9%.

Nel mondo sempre più globalizzato, con una finanza sempre più traboccante di derivati e titoli sintetici, completamente sconnessi dall’economia reale, una eventuale crisi sarebbe molto più imponente di quella del 2008 e rischierebbe seriamente di ridurre in cenere, come successe allora negli Stati Uniti, i nostri risparmi pensionistici. Siamo veramente sicuri di volerci assumere questo rischio?

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