Il Prof. Jordan Peterson è stato recentemente oggetto di un comportamento non esattamente corretto da parte dell’ Università di Cambridge. Inizialmente gli era stata offerta una visiting fellowship dalla facoltà di Divinity ma, in seguito, senza nemmeno una spiegazione, l’università ha “cambiato idea”, rendendo noto che aveva riconsiderato la sua application.

Peterson sapeva già bene che oggi nelle università si manifesta sempre più spesso uno strano e preoccupante fenomeno. Il clima non è cambiato solo a livello atmosferico ma anche e soprattutto all’interno degli atenei, nei confronti di quello che dovrebbe essere il sole dell’intera missione accademica: il principio di libertà di pensiero ed espressione. Ma forse nemmeno lui si aspettava di sperimentarne così bruscamente gli effetti, specie a Cambridge. Prima però di raccontare nello specifico cosa è accaduto, tracciamo un po’ il profilo del Professore.

 

Jordan Peterson (qui) è uno psicologo canadese di formazione clinica. A seguito di un post-doc presso la McGill University ha passato un periodo al dipartimento di Psicologia di Harvard, dove ha ricoperto il ruolo di assistente e professore associato. Dal 1998 è ordinario all’Università di Toronto.

E’ salito alla ribalta della cronaca nel 2016, quando criticò l’approvazione della legge canadese C-16 poiché, a suo dire, mette in pericolo la freedom of speech. Da quel momento è stato in constante ascesa, cosa che gli ha fatto guadagnare migliaia di seguaci, lettori e ammiratori in tutto il mondo, ma anche l’ostilità di coloro i quali lo vedono come un “pensatore di destra”. Molti dei suoi interventi sono diventati virali, così come le sue famose video-lezioni su youtube. Il suo libro “12 Rules For Life: An Antidote to Chaos”, ha venduto qualcosa come 3 milioni di copie.

Uno degli ambiti a cui si è maggiormente dedicato è lo studio psicologico della mitologia e della religione. Le sue lezioni a riguardo sono state adattate in una serie di 13 puntate televisive, “Maps of Meaning”, andate in onda presso l’emittente canadese TVO. (qui)

Per quale motivo dunque un accademico come Jordan Peterson non è più piaciuto all’università di Cambridge? Perché ad una delle presentazioni del suo famoso libro avrebbe fatto una foto con un tizio che indossava una maglietta con su scritto “I’m an islamophobe”. Non è uno scherzo.

I fatti sono che il 19 febbraio scorso Jordan Peterson aveva ricevuto l’offerta di una visiting fellowship  alla facoltà di Divinity di Cambridge, e la cosa aveva ottenuto l’ok  formale dalla Faculty’s Research Comitee. Il 19 marzo successivo il professore lo aveva annunciato via youtube:

In October I am going to Cambridge University in the UK for two months and I will be a visiting fellow there at the divinity school and should give me the opportunity to talk to religious experts of all types for a couple of
months, as well as students. It’s a thrill for someone academically minded … to be invited there, to sit in and participate for a few months.

Appena due giorni dopo però, il 20 marzo, un annuncio di cancellazione della  fellowship  viene pubblicato alle 5.55 dal profilo twitter della CUSU, la Cambridge University Students Union, e poi anche dalla facoltà di Divinity stessa, verso le 6.00. E’ stato solo tre ore dopo, verso le 9.00, che l’università ha comunicato la cosa anche a Peterson, attraverso una mail dove si diceva che “the Committee which offers visiting fellowships has reconsidered your application with care. After further deliberation the Faculty has decided to withdraw the offer of a visiting fellowship”. Nessuna spiegazione è stata data al professore riguardo le ragioni di una virata simile. Arrivati al 25 marzo il vice-chancellor dell’università se ne esce con questa dichiarazione:

Early last week, the Faculty became aware of a photograph of Professor Peterson posing with his arm around a man wearing a T-shirt that clearly bore the slogan ‘I’m a proud Islamophobe’. The casual endorsement by association of this message was thought to be antithetical to the work of a Faculty that prides itself in the advancement of inter-faith understanding. Robust debate can scarcely occur … when some members of the community are made to feel personally attacked, not for their ideas but for their very identity.

Nigel Biggar, direttore del McDonald Centre for Theology, Ethics, & Public Life, presso l’Università di Oxford, ha parlato della surreale vicenda in un articolo (qui). Secondo lui è rilevante che la facoltà abbia comunicato la decisione prima alla CUSU che a Peterson stesso, in quanto suggerisce che proprio la CUSU, che ripetiamo essere la Cambridge University Students Union, era la fonte dei malumori nei confronti del Professore e che ha fatto pressione affinché la fellowship venisse revocata. Non solo. Il comportamento assolutamente anomalo dell’università evidenzia come questa fosse piuttosto ansiosa di accondiscendere alle richieste della comitiva di studenti, tanto da fregarsene se la decisione e i modi mancavano di rispetto al collega Peterson.

Un altro aspetto rilevante per il Prof. Biggar è la riluttanza dell’università a fornire spiegazioni. Il giorno dell’annuncio un anonimo portavoce della facoltà dette solo qualche enigmatico strascico di parole a The Guardian, commentando che “Cambridge is an inclusive environment and we expect all our staff and visitors to uphold our principles. There is no place here for anyone who cannot”.

Poi il nulla per una settimana intera finché improvvisamente non è spuntata a caso la storia, abbastanza ridicola, della fotografia.

Le università sono culle di conoscenza. Sono luoghi in cui si insegna, si fa ricerca, e nel farlo si confrontano pacificamente e razionalmente ipotesi, tesi, idee. Non c’è istituzione che, più dell’università, è votata all’uso della ragione, a una spiegazione ragionevole delle cose. Eppure di fronte al Prof. Peterson l’unico modo in cui possiamo definire il comportamento di Cambridge è irrazionale, contraddittorio. Decisamente infantile.

Con tutta evidenza la storia della fotografia risulta un argomento ad hominem (qui) fatto per ragioni ideologiche. Un espediente usato da persone che non tollerano le idee di Peterson, atto a denigrarne sia la persona che il lavoro, senza realmente andare nel merito ma attaccandosi ad una sua caratteristica esterna. In questo caso la caratteristica imputata era il suo aver fatto una foto con una persona apparentemente “islamofoba”. 

Cosa che è doppiamente assurda poiché quella foto non solo non implica che Peterson sia islamofobo o irrispettoso dell’islam, ma nemmeno che il tizio stesso che indossava la maglietta lo sia. Non è infatti difficile immaginare che la scritta fosse una provocazione, probabilmente rivolta a chi etichetta con superficialità l’interlocutore come “islamofobo”, per il solo fatto di criticare l’islam.

Chiudiamo il racconto di questa triste vicenda con le parole dello stesso Biggar il quale, conscio di come questo non fosse un caso isolato, scrive:

Non mi fa piacere dirlo, dato che parlando di Cambridge parlo anche di amici e colleghi. Ma la condotta dei dirigenti universitari nel caso di Peterson e in quello di Gopal ha seriamente compromesso la ragione e la sostanza del principio di libertà intellettuale presso l’università, e dunque anche la sua reputazione. Se questo danno verrà mai riparato, richiederà a Cambridge di divenir consapevole delle proprie mancanze in quanto a diversità politica e morale. Della distinzione fra una critica provocatoria e un atteggiamento effettivamente offensivo o violento. Infine del fatto che gli attivisti del CUSU non rappresentano tutta Cambridge e che non sono gli unici a guardare. Ma più di ogni altra cosa, Cambridge avrà bisogno di trovare il coraggio di fare pubbliche scuse al Professor Jordan Peterson.

Il Bastian Contrario

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